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Batistuta, Rossi, Bernardeschi, Lauda Banks e Bulgarelli: quando lo sport è meraviglia

Roberto Bertoni, 01/03/2019

Sono giorni intensi per il mondo dello sport, fra anniversari, scomparse eccellenti e anniversari di scomparse eccellenti che hanno lasciato il segno nella memoria di chi ha amato e continua ad avere a cuore una certa idea del confronto e della passione sana che lo anima. 

Pensiamo a due assi delle rispettive discipline come Gabriel Omar Batistuta e Valentino Rossi, i quali hanno compiuto rispettivamente cinquanta e quarant'anni, con il secondo che proprio non riesce a scendere dalla sella di una moto e che ha annunciato di non avere alcuna intenzione di smettere di sognare e correre verso nuovi traguardi. E poi c'è Batisuta, detto a suo tempo Batigol, fenomenale attaccante argentino che in Italia, con le maglie di FiorentinaRoma e Inter, ha dispensato gioia e meraviglia per un decennio, conducendo i giallorossi alla conquista di uno storico ed insperato scudetto. Un killer dell'area di rigore, un fuoriclasse senza eguali, capace di segnare gli anni Novanta e di farsi rimpiangere da milioni di tifosi e da tuti gli appassionati del bel gioco, della correttezza, del talento smisurato e della gentilezza, poiché Bati non ha mai avuto l'egoismo arrogante proprio dei grandi attaccanti ma, al contrario, ha sempre giocato con e per la squadra, rendendo migliori tutti coloro con cui è venuto in contatto. 

E che dire di Federico Bernardeschi, uno dei pochi ad essersi salvato persino nella notte tragica di Madrid, esempio di abnegazione e juventinità di cui si avvertiva da tempo il bisogno? L'auspicio è che diventi una bandiera della Vecchia Signora, un nuovo Del Piero, un punto di riferimento per qualsiasi allenatore e per i compagni, trattandosi di un campione con le stigmate del fuoriclasse, straordinario per maturità ed eleganza nonostante abbia solo venticinque anni. 

Per non parlare poi di Niki Lauda, l'antipatico per antonomasia, il campione che ha visto la morte in faccia al Nürburgring ed è uscito più forte da quelle fiamme maledette, senza per questo smarrire la sua carica di egocentrismo e la sua robotica perfezione, la sua concentrazione pressoché assoluta e il suo tenace talento che adesso ha settant'anni e non ha alcuna intenzione di arrendersi nemmeno al cospetto delle malattie e degli acciacchi legati all'età.

Infine, salutiamo Gordon Banks e rendiamo omaggio a Giacomo BulgarelliBanks, l'idolo di Zoff (che ieri ha compiuto settantasette anni: auguroni!), il portiere che fermò Pelé, il mito che vinse i Mondiali casalinghi del '66 con un'Inghilterra tra le più forti di sempre, il fenomeno che i Leoni di Sua Maestà rimpiangono ancora, non avendo mai più avuto fa i pali un personaggio del genere, in grado di infondere sicurezza alla difesa ma, soprattutto, di ergersi come ultimo baluardo di fronte ai campioni avversari, compresi quelli destinati all'eternità come O'Rey.  

Quanto a Bulgarelli, è statoil faro dell'ultimo Bologna scudetto, quello che nel '64, sotto la guida di Fulvio Bernardini, riuscì nell'impresa di battere le truppe di Herrera, reduci dalla vittoria della Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, nell'unico spareggio per il titolo che si sia disputato. L'Inter morattiana, la Grande Inter che in pochi anni vinse tutto, era sicuramente superiore a quel sogno di provincia, a quella squadra artigianale, sapientemente assemblata dal presidente Dall'Ara, scomparso pochi giorni prima del trionfo dei suoi ragazzi, e affidata alle mani e al coraggio di un padre, prim'ancora che di un tecnico, che seppe far giocare i suoi talenti come si gioca "solo in Paradiso", rinverdendo i fasti di trent'anni prima e rievocando il mito, forse insuperabile, della fenomenale compagine di Amedeo Biavati, inventore del doppio passo. Di quel Bologna rivoluzionario e granitico al tempo stesso Bulgarelli ha costituito l'anima e la fonte d'ispirazione, il simbolo e la bandiera mai ammainata. Ci ha detto addio dieci anni fa, troppo presto, e a noi piace pensare che sia ancora qui, sempre pronto a lottare e a credere negli altri, sempre pronto a difendere i suoi amati colori rossoblu, sempre in battaglia, qusto "abatino" dai piedi vellutati e dal cuore grande, un Rivera dei poveri, un punto fermo della Nazionale, l'eroe di un'Italia felice e orgogliosa di sé stessa in cui anche un'umile sauadra di provincia poteva prmetersi di arrivare in vetta. Non a caso, se ne e andato alle soglie del declino cui abbiamo assistito negli ultimi dieci anni, risparmiandosi un degrado, morale e materiale, che avrebbe senz'altro sconvolto la sua anima sensibile. 

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