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Una certa idea di Mondo

Roberto Bertoni, 30/03/2018

E ora che anche il Mondo se ne è andato e che la sua visione del calcio e della vita è stata definitivamente consegnata alla memoria, ora che non lo vedremo più in panchina con il suo baffo e quel suo modo di fare unico, ora ci accorgiamo di cio che abbiamo perso. Perche Emiliano Mondonico da Rivolta d'Adda, il Mondo per i tanti che gli volevano bene, non era uno di quegli allenatori che conquistano scudetti e coppe a ripetizione ma era un maestro di calcio e di vita come forse non ne nascono più, capace di rendere importante una squadra come l'Atalanta e di far sognare i tifosi granata come non accadeva dai tempi di Pianelli e Radice, conducendo il Torino ad una storica finale di Coppa Uefa contro l'Ajax in cui, per protestare contro la mancata assegnazione di un calcio di rigore, il Mondo alzò una sedia al cielo. Un modo plateale, unico, inimitabile di arrabbiarsi, lui che della pacatezza e del rispetto per il prossimo ne aveva fatto la sua bandiera, al punto che gli volevano bene tutti ma proprio tutti, compresi gli avversari; anzi, forse gli avversari persino più dei suoi tifosi, per la lealtà e il garbo scorbutico che sapeva regalare in ogni circostanza. 

Perché il Mondo era fatto così: non era un tipetto semplice o all'acqua di rose, non aveva un carattere conciliante, non era un compagnone, uno di quelli che scherzano e ridono sempre con tutti; era, al contrario, un uomo schivo, riservato, burbero come solo i grandi sanno essere, eppure aveva un cuore immenso, una generosità senza pari, una dolcezza di cui solo ora che non c'è più comprendiamo l'importanza e quanto ci manchi. 

Il Mondo era uno degli ultimi baluardi di umanità in un calcio disumano e sempre più schiavizzato dal profitto. Era un utopista, un sognatore, un folle, uno che allenava volentieri sia i campioni che gli alcolizzati e i drogati, in Serie A e nelle serie inferiori, uno che sapeva essere se stesso ovunque, dotato di un fascino che gli derivava dalla sua autenticità, dal suo entusiasmo genuino, dalla sua passione civile, dalla sua gioia di vivere e dalla sua gentilezza interiore che, in fondo, tolta la corteccia, regalava a chiunque attimi di meraviglia. 

Il Mondo era un romantico, uno di quei personaggi che avrebbero fatto la fortuna di qualunque romanziere, un tipo che sembrava uscito da un capolavoro di Hemingway ma che non avrebbe certo sfigurato altrove, con quella sua cultura operaia, laboriosa, meticolosa e ricca di valori antichi e, al tempo stesso, modernissimi. 

Il Mondo, settantuno anni, se ne è andato dopo aver lottato a lungo, e non certo invano, contro un cagnaccio che lo ha lentamente divorato, dandogli l'illusione di poterlo sconfiggere e infine piegandone le disperate resistenze. 

E ora riposa, senz'altro assorto in uno dei suoi sogni, mentre la voce dell'Adda continua a farsi sentire e a portare con sé quelle operose storie di fiume che dalle sue parti ancora profumano di magia, in una società dai ritmi sempre più frenetici e disumani con la quale prima o poi bisognerà fare i conti.

Ciao Mondo, da chi ti ha voluto bene.

 

P.S. Complimenti ai ragazzi della primavera dell'Inter, ieri vincitori della settantesima edizione del prestigioso Torneo di Viareggio battendo 2 a 1 in finale la Fiorentina.  

 

 

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