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Paolo Ferrari: la cordialità di un galantuomo

Roberto Bertoni, 07/05/2018

Ci ha lasciato Paolo Ferrari, un galantuomo d'altri tempi, la cui cifra, culturale e artistica, era la cordialità. Ferrari, ottantanove anni, figlio di un diplomatico e per questo nato a Bruxelles nel 1929, aveva debuttato a soli nove anni come attore bambino in un film di Alessandro Blasetti dedicato ad Ettore Fieramosca, per poi recitare con alcuni fra i maggiori registi italiani del Novecento, da Petri a Zeffirelli, divenendo anche un grande doppiatore e un volto noto della televisione, senza tuttavia mai rinunciare all'eterno amore per il teatro. 

Una personalità eclettica, una capacità di recitazione fuori dal comune e uno stile inconfondibile: queste erano le caratteristiche che hanno fatto di Ferrari uno degli attori più richiesti e apprezzati dal pubblico, oltre a quell'umiltà che lo rendeva sempre gradevole e mai spocchioso, in un ambiente in cui purtroppo hanno sempre abbondato le prime donne e le insopportabili tendenze al divismo. 

Di Ferrari, al contrario, ci colpiva l'eleganza, il suo saper stare in scena e il suo amore per una professione che per lui era più che altro un sogno realizzato, iniziato a neanche dieci anni e andato avanti per tutta la vita, in quasi ottant'anni di invidiabile carriera. 

L'impressione, vedendolo recitare, è che si immedesimasse nei suoi personaggi al punto di essere di volta in volta qualcun altro, come se avesse vissuto centinaia di vite, come se davvero avesse acquisito più anime,più sguardi e una molteplicità di punti di vista. E pensare che pochi uomini sono stati coerenti come lui, sempre rispettoso del prossimo, sempre ligio alle regole, una di quelle persone cui non pesava affatto essere perbene. 

Mille uomini in uno o, per meglio dire, un uomo capace di essere, al tempo stesso, un singolo di grande valore e una moltitudine ricca di emozioni. 

Gli diciamo addio con commozione, ora che il sipario è calato definitivamente ed è svanita anche l'eco dei meritati applausi.  

 

P.S. Vent'anni fa, tra il 5 e il 6 maggio 1998, si consumava la tragedia di Sarno e Quindici: una frana di proporzioni devastanti che causò ben centosessanta morti, di cui centotrentasette solo a Sarno. Non dimenticare non basta, specie in un territorio devastato dal malaffare, dagli abusi edilizi e dalla scarsa, per non dire nulla, manutenzione degli edifici e delle opere pubbliche. Solo cominciando a combattere ogni forma di attività criminale potremo dirci degni di rendere omaggio a quelle centosessanta vittime che, purtroppo, non hanno ancora avuto giustizia.

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