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Senza l'Italia scordatevi l'Europa

Roberto Bertoni, 01/02/2018

Ne ha scritto spesso il professor Viroli, sono tornato di recente sull'argomento altri studiosi e ormai la questione sembra finalmente essere entrata nel dibattito pubblico europeo: esortare i popoli a ricostruire un'identità nazionale non significa remare contro il nobile progetto di dar vita, prima o poi, agli Stati Uniti d'Europa bensì rinvigorire questo grandissimo sogno. 

L'identità, del resto, è come la capacità di tradurre da un'altra lingua: fin dai tempi del liceo, ci è stato insegnato che non si sarebbe potuto volgere in italiano un testo scritto in greco o in latino se non si fosse padroneggiata al meglio la nostra lingua. E lo stesso vale anche per le cosiddette lingue "vive": per comprendere un testo scritto in inglese o in francese, a meno che non si sia madrelingua, è necessario tradurlo simultaneamente in italiano, così da apprezzarne o confutarne le tesi e da comprenderne le sfumature. 

Lo stesso discorso vale quando si affronta il delicato tema dell'identità nazionale. Insieme al concetto di ideologia, infatti, il tema dell'identità è stato, nell'ultimo trentennio, scioccamente demonizzato, facendo sì che ad appropriarsene fossero forze politiche retrive e dalle quali tenersi alla larga che naturalmente, nel vuoto della sinistra, né hanno approfittato per volgerlo a proprio favore, fino a stravolgerlo.

Patria, tuttavia, rimane una parola bellissima. I partigiani si definivano "patrioti" e "Patria" è stata anche la parola chiave del settennio di Ciampi al Quirinale: dal ripristino della festa del 2 giugno ad un costante viaggio lungo la Penisola per ricordare a ciascuno di noi quanto dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani. 

Il tema si ripropone, in queste settimane, nell'eterno dibattito legato all'Erasmus, agli studi all'estero e al desiderio di fuga dal nostro Paese che accomuna la maggior parte dei nostri ragazzi. Ora, purtroppo, ci sta che un giovane voglia fuggire da una nazione attualmente ostile come l'Italia, in cui la campagna elettorale non contempla affatto le nuove generazioni e in cui per i ragazzi non è stato previsto nulla, a cominciare da un briciolo di dignità. Fatto sta che bisognerebbe anche compiere un ragionamento di segno opposto, ossia indurli a resistere, a battersi per i propri diritti, a fare politica, ad appassionarsi al dibattito pubblico, a non rimanere in disparte, a credere in se stessi e ad impegnarsi attivamente per questo nostro splendido e disperato Paese, non solo mantenendo una mentalità europea ma addirittura rafforzandola. L'Europa, in poche parole, nascerà quando tutti noi ci sentiremo italiani, francesi, tedeschi, spagnoli e via elencando e saremo disponibili a mettere a disposizione del prossimo la nostra unicità, comprendendo che questo meraviglioso progetto ha senso solo se un insieme di minoranze avrà il coraggio di unirsi e trasformarsi in una comunità solidale in cammino. Pensare, al contrario, che possa nascere un'identità europea rinunciando alle identità nazionali sarebbe come abbandonare casa propria per andare nel bosco senza scorte di acqua e di cibo, bruciandosi i vascelli alle spalle e creando uno stato generalizzato d'insicurezza la cui unica conseguenza potrebbe essere la distruzione del concetto stesso di comunità. 

In parte, se ci pensate, è ciò che sta avvenendo, con il dilagare di nazionalismi, pulsioni xenofobe e soggetti pericolosi e anti-europeisti che, purtroppo, non sono affatto lontani dai radar dei giovani del Vecchio Continente, specie se si considera ciò che sta avvenendo nelle scuole e in certe aree disagiate dei vari paesi. Per fortuna, sono pulsioni estremamente minoritarie, almeno fra i ragazzi, ma ci sono e sarebbe assurdo pensare di ignorarle o derubricarle a fenomeni di costume, folklore locale o, al massimo, a un po' di esagerazione dettata dall'età: il disagio è reale e le conseguenze rischiano di essere estreme e strazianti per la democrazia nel suo insieme. 

E allora smettiamola con questa retorica dell'Erasmus: nessuno vi si reca credendosi il nuovo Adenauer; è una splendida opportunità offerta dalla stagione che stiamo vivendo e chi se la sente fa benissimo a coglierla ma guai a pensare di renderla obbligatoria, trasformando un'aspirazione comune a molti ragazzi in una sorta di nuova naja e finendo così con lo snaturarne lo spirito e i valori. 

Basta creare degli apolidi senza casa e senza Patria: non siamo diventati più europei, lo siamo molto meno rispetto a tre decenni fa ed è un male.

Basta con la demonizzazione del concetto di Nazione: non avremo mai un'Europa unita e pronta a prendersi per mano se non torneremo a conoscere noi stessi. 

Non saremo, insomma, cittadini del mondo smettendo di sentirci italiani: accadrà l'esatto opposto. 

Se ancora ci fosse bisogno di qualche prova a sostegno di questa tesi, basti pensare a ciò che sta avvenendo in Polonia, dove l'indegno governo di quel paese, dimentico della lezione storica della Shoah e delle innegabili responsabilità che ebbe la sua classe dirigente dell'epoca nel favorire lo sterminio degli ebrei e scempi come la distruzione del ghetto di Varsavia, ha deciso di rendere illegale e di punire addirittura con tre anni di reclusione chiunque osi dire la verità. E cos'è questo se non un innegabile segnale di paura e di incapacità di fare i conti con se stessi e con le proprie colpe? Cos'è questo se non un emblema della scomparsa delle identità e delle ideologie in tutto il Vecchio Continente, sostituite dal pensiero unico liberista e dall'ideologia della barbarie ad esso collegata? Questi sono i risultati di trent'anni di mercantilismo becero e bestiale: giovani apolidi e sfiduciati, democrazie in ginocchio e a rischio di estinzione, una crisi politica e istituzionale senza precedenti e un desiderio di fuga dai paesi più in difficoltà, come il nostro per l'appunto, spacciata per mirabilia della globalizzazione e nuova frontiera dello sviluppo e della conoscenza umana. In queste definizioni, c'è tutta l'ipocrisia e la cecità delle attuali classi dirigenti nonché la ragione del disprezzo generalizzato che le affligge. 

Favorire scambi culturali tra gli studenti dei vari paesi, trasformare i viaggi d'istruzione, le vacanze-studio e l'Erasmus in momenti di conoscenza effettiva, presupponendo dunque un biglietto di ritorno, e non nel primo passo verso l'addio al proprio paese e insegnare ai nostri ragazzi a sentirsi europei in Italia e italiani in Europa, tenendo comunque presente che l'Italia è una componente essenziale dell'Europa, non un soggetto estraneo: questo dovrebbe essere il programma politico minimo di una coalizione di sinistra. Non ci siamo, anzi siamo lontanissimi da tutto ciò. E alla luce di questi dati, si comprendono meglio le ragioni di quel settanta per cento di ragazzi che il prossimo 4 marzo, a quanto pare, non andrà a votare. 

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