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Memorie tragiche del Cermis

Roberto Bertoni, 06/02/2018

Vent'anni dalla tragedia del Cermis, quando un aereo militare americano partito dalla base NATO di Aviano tranciò il cavo di una funivia provocando una ventina di vittime, senza che nessuna di esse abbia potuto ottenere giustizia. Giustizia, ribadiamo, non vendetta: la vendetta non fa parte del nostro vocabolario né saremo mai disposti ad avallare alcuna forma di faida o di barbarie. Pura e semplice giustizia: di questo ci sarebbe stato bisogno, attraverso la condanna di chi aveva scambiato i nostri cieli per un luogo d'esibizione della propria potenza, volando a bassissima quota e a tutta velocità e causando una strage rimasta sostanzialmente impunita. 

Il governo italiano chiese invano di poter giudicare in Italia i responsabili di quello scempio, ottenendo dall'amministrazione americana, all epoca guidata da Bill Clinton, una risposta burocratica, irrispettosa e sostanzialmente inaccettabile. Attaccarsi ad un codicillo NATO, infatti, fu quanto di peggio si potesse fare: un insulto alla memoria di quei poveri morti e uno schiaffo a chi aveva visto morire un familiare la cui unica colpa era quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, involontariamente nel mirino dell'arroganza di piloti sconsiderati ed evidentemente ignari delle conseguenze delle proprie azioni, incoscienti, dunque colpevoli, dato il loro ruolo e la missione che era stata affidata loro nei voli ricognitivi sulla Penisola balcanica in vista del conflitto che sarebbe scoppiato l'anno successivo. 

Vent'anni e uno di questi personaggi sta addirittura lucrando su questa vicenda, riuscendo, da responsabile di una mattanza, a guadagnare immaginiamo non pochi soldi per raccontarla in giro,  come se si trattasse di un eroe e non di un assassino. 

Vent'anni e a me tornano in mente altri casi su cui è opportuno fermarsi a riflettere: dalla lunga detenzione di Silvia Baraldini, militante comunista accusata di reati per cui si è sempre dichiarata innocente, a Nicola Calipari, agente del SISMI falciato il 4 marzo 2005 a Baghdad da una pioggia di proiettili esplosi ad un posto di blocco americano mentre stava conducendo all'aeroporto la coraggiosa giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, appena liberata dall'Organizzazione del Jihād islamico che l'aveva rapita esattamente un mese prima. 

Vent'anni e non me la prendo con gli Stati Uniti, anche se gradirei da sempre, da parte loro, ben altri comportamenti, sia prima sia, soprattutto, dopo determinati avvenimenti, quanto con la nostra classe dirigente, spesso priva della benché minima dignità, al punto da far sembrare il Craxi di Sigonella un gigante. Lungi da me rivalutare Craxi, sia chiaro, ma quella volta, va detto, si comportò da vero uomo di Stato, e forse anche per questo pagò per tutti un prezzo altissimo nei giorni bui di Tangentopoli e del crollo della cosiddetta Prima Repubblica. 

Non sarà stato un gigante ma di sicuro non era un nano, a differenza di chi ha sistematicamente umiliato la nostra politica estera, minando così la nostra indipendenza. 

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