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Caro Cuperlo, e poi?

Roberto Bertoni, 08/02/2018

Caro Gianni Cuperlo,

come spesso mi capita quando trovo un suo articolo o una sua intervista, ancora una volta l'ho letta con piacere. In questo caso, si trattava di un agile libretto intitolato Sinistra, e poi (Donzelli editore) nel quale lei, partendo da alcuni celebri versi del "Riccardo III" di Shakespeare, si domanda e domanda al suo campo politico "come uscire dal nostro scontento".

"Ormai l'inverno del nostro scontento/ s'è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole..." scriveva circa mezzo millennio fa il grande drammaturgo inglese, e bisogna dire che, se almeno lui riusciva a intravedere qualche pallido raggio di sole, nella politica italiana, e in particolare a sinistra, non si scorge alcuna luce. Notte fonda, buio, tristezza, disperazione, scontri e divisioni radicali che lei giustamente stigmatizza per tutto il libro, ponendo questioni non secondarie e, anzi, basilari, come ad esempio la definizione del concetto stesso di sinistra al cospetto di mutamenti epocali che solo il Papa sembra aver colto nella loro portata e gravità. 

Un uomo sempre più solo, sempre più costretto a fare i conti con l'incedere di tecnologie che non riesce a dominare e che stanno ridefinendo i rapporti di forza e le condizioni di lavoro; un uomo occidentale stremato da dieci anni di crisi di cui ancora non si vede la conclusione, benché i dati economici volgano verso il sereno e le prospettive complessive sembrino migliori rispetto a qualche anno fa. Un uomo, insomma, costretto a fare i conti con un cambio d'epoca e di paradigma di fronte al quale la sinistra appare smarrita, disorientata, incapace di ridefinire il proprio linguaggio e le proprie modalità d'azione, prigioniera com'è di schemi e metodi di confronto che potevano funzionare durante il "Secolo breve" ma che oggi non intercettano le esigenze, le ansie e lo sconforto, ad esempio, delle nuove generazioni. 

Lei mette in risalto la necessità di riconsiderare i dogmi che hanno caratterizzato la concezione dell'economia e l'applicazione delle teorie che ne sono derivate nell'ultimo trentennio e ha perfettamente ragione, visto che in questi tre decenni sono cresciute almeno due generazioni che, in molti casi, non hanno mai visto un contratto, non hanno mai conosciuto un lavoro di qualità e non hanno mai considerato l'occupazione al di là del salario, come un qualcosa in grado di costruire la vita e la dignità di una persona. 

E anche sui migranti la sua visione umana e umanitaria, aperta e perfettamente rispondente alle esigenze del nuovo secolo, nel contesto di un mondo ormai globale, mi sembra non solo condivisibile ma anche in grado di far compiere alla sinistra quel passo avanti che ancora non ha compiuto: dalla necessità di salvare gli ultimi della Terra alla gioia di accoglierli, integrarli e farne dei cittadini delle nostre società, bisognose di nuova linfa e più che mai beneficiate da quest'iniezione di gioventù, freschezza e, in parte, anche splendida follia. 

Senza dimenticare il capitolo dedicato all'eresia di Lutero, posta a confronto con la nostra mancanza di coraggio, di passione civile, di solennità. Il che si collega molto bene al discorso dedicato alle battaglie non condotte, alle sfide perse, alle titubanze e alle timidezze che ci hanno caratterizzato dagli anni Ottanta in poi, fino a perdere un vocabolario autonomo, fino ad essere succubi, subalterni, proni ad un pensiero e ad un modo di agire che non è e non deve essere il nostro. Il renzismo, su questo Cuperlo ha ragione da vendere, non è una parentesi o un intermezzo, un'azione di disturbo o un fastidioso interludio prima del ripristino della normalità: è la conseguenza inesorabile dei nostri errori, delle nostre mancanze, della nostra incapacità di costruire una prospettiva autonoma e di regalarla al Paese, inscrivendo questa lotta per una civiltà più avanzata all'interno di uno schema autenticamente europeo e non solo tecnocratico. 

L'unico punto su cui dissento è quando asserisce che la scissione dei bersaniani abbia costituito un errore, anche perché nel capitolo successivo, quello conclusivo, sostanzialmente riconosce che il PD abbia fallito la propria missione storica, dunque, detta in termini più schietti, che non reggerà all'ulteriore scossone che riceverà il prossimo 4 marzo, proiettandosi verso un moderatismo inutile e non in sintonia con le sofferenze, i drammi e lo strazio di una società in frantumi e di un'Italia in cerca di un approdo meno indecente e all'altezza della sua storia e della sua classe dirigente di un tempo. 

Infine, e questo lo considero un tocco di classe, lei si occupa dei sette operai che, nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007, morirono bruciati vivi nel rogo della ThyssenKrupp, richiamando al valore fondativo della nostra Costituzione, ossia il lavoro e la sua dignità: due concetti inscindibili e sui quali troppo a lungo la sinistra non ha pronunciato parole chiare e indiscutibili. Troppa vaghezza, troppi tentennamenti, troppe strizzate d'occhio ai poteri forti e ai padroni del vapore, nessuna indignazione di fronte agli industriali che applaudivano a scena aperta un amministratore delegato, quello della Thyssen per l'appunto, condannato in primo grado per quella tragedia immane con l'aggiunta del dolo. A quei sette operai e ai tanti che sono morti in seguito deve andare il nostro pensiero, alle loro lotte deve affiancarsi la nostra azione politica, alle loro aspirazioni legittime e imprescindibili deve rivolgersi il nostro sguardo, senza cedimenti.

"Se davanti a questa e a mille altre pagine - scrive lei - la politica avrà l'istinto di chiamare le cose col nome, ribaltare il tavolo, pretendere giustizia, urlare indignazione e lottare - lottare - allora tutte le divisioni di adesso le sapremo gestire perché qualunque sia la fonte troveremo spazio e senso da dove ripartire. Accadrà, giuro. Perché, come al solito, la storia stupirà". 

Lo credo anch'io, ma lei che farà in tutto questo? Glielo chiedo con affetto e stima: caro Cuperlo, e poi?  

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