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Meglio essere patetici che omissivi o complici

Roberto Bertoni, 16/02/2018

Con Beppe Giulietti, storico portavoce dell’associazione Articolo 21 Liberi di in difesa della libertà d’informazione e oggi presidente dell’FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana), prende avvio una serie di interviste che abbiamo realizzato in collaborazione con Radio Città del Capo per fare il punto sulla situazione politica italiana in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo. Un’analisi tra memoria e futuro di ciò che è stato e di ciò che ci attende, partendo dal tema cruciale dell’autonomia dei giornalisti e di come è mutato, spesso in peggio, il loro ruolo negli ultimi venticinque anni.

Cos’è, secondo lei, oggi il berlusconismo?

Il berlusconismo ha una definizione ben precisa: si incarna nel conflitto di interessi. L’anomalia italiana è diventata un caso di scuola nel mondo, in quanto ha significato la concentrazione di poteri che dovrebbero essere sempre autonomi e indipendenti l’uno dall’altro nelle mani di un grande editore politico e mediatico, divenuto presidente del Consiglio, che così ha potuto condizionare anche le scelte del suo diretto concorrente, ossia la RAI. È un caso senza precedenti. E poiché in questa legislatura non è stato fatto nulla per risolvere il problema del conflitto di interessi, in caso di vittoria del centrodestra il prossimo 4 marzo, l’Italia, ancora una volta, vedrà manifestarsi il medesimo in tutta la sua portata, con le conseguenze che abbiamo già avuto modo di conoscere in passato.

È lecito asserire che il polo unico Raiset, che lei da portavoce dell’associazione Articolo 21 ha denunciato per anni, costituisca il precursore mediatico del Partito della Nazione?

Senz’altro. Attorno ai grandi affari del sistema radiotelevisivo, e in particolare alla raccolta della pubblicità, ci sono sempre stati degli schieramenti trasversali e delle distrazioni molto forti anche da parte di chi non ha nulla a che fare con il suddetto e con l’eventuale consociazione tra Forza Italia e PD. Questo tema è il grande assente della battaglia politica contemporanea poiché i vari partiti hanno sempre preferito mantenere rapporti di buon vicinato con questa o quell’azienda, con questo o quel conduttore piuttosto che sviluppare una radicale battaglia per l’autonomia dei mezzi di comunicazione e per rendere effettivo il pluralismo editoriale in questo Paese. Non c’è dubbio che, dopo le elezioni, intorno al polo unico radiotelevisivo, potrebbe nascere un accordo più ampio di natura politica e governativa, costituendo esso anche un formidabile strumento di propaganda.

Qual è stato il ruolo dell’informazione negli anni di Tangentopoli e come è cambiato nei venticinque anni successivi?

È sempre difficile parlare di giornali e giornalisti, in quanto dovremmo prendere in esame i singoli casi. Non c’è dubbio, tuttavia, che nella stagione di Tangentopoli ci siano stati numerosi colleghi che hanno svolto in maniera più che degna il proprio mestiere, senza tralasciare il limite, tuttora presente, costituito da quei cronisti e da quei giornali subalterni alla fonte, sia esso il corrotto o il magistrato, i quali tendono a non sviluppare più delle autonome inchieste ma a fidarsi del materiale passato dalla medesima. Personalmente, ho sempre molte perplessità quando al posto dell’inchiesta subentrano dei postini che, anziché svolgere al meglio il proprio mestiere, si limitano a consegnare dei pacchi.

La sensazione è che la qualità del giornalismo sia peggiorata con il peggiorare della qualità della classe politica. Qual è la sua opinione in merito?

Questo dibattito non riguarda solo l’Italia. In America si sono interrogati aspramente dopo che i maggiori poli televisivi di quello che viene considerato il più grande paese liberale al mondo si sono piegati alla propaganda dell’amministrazione Bush, arrivando addirittura a dare false notizie, pur di sostenere gli attacchi all’Afghanistan e all’Iraq. Un dibattito altrettanto devastante ha coinvolto la Gran Bretagna e coinvolge oggi altri paesi europei. Non c’è dubbio che la crisi della democrazia e della politica porti con sé anche la crisi del giornalismo, sempre meno capace di illuminare i luoghi dell’oscurità e quindi di anticipare la comprensione dei fenomeni: basti pensare alla vittoria di Trump che nessuno, o quasi, aveva previsto. Tuttavia, sarebbe ingiusto non vedere che, negli ultimi anni, è sorta una leva di giovani giornalisti che, spesso a rischio della propria stessa incolumità, si batte contro le mafie e ogni altra forma di barbarie. Parliamo troppo poco di loro, facciamo troppo poco per valorizzarli.

Ad esempio il nuovo portavoce di Articolo 21, Paolo Borrometi.

Certamente, ma penso anche a Federica Angeli, fra le prime ad illuminare il verminaio che è stato poi scoperchiato ad Ostia, o a Michele Albanese, che ha illuminato la ‘ndrangheta in Calabria e vive sotto scorta, o ai giovani cronisti che a Reggio Emilia stanno seguendo il processo Aemilia, talvolta rischiando la loro stessa vita come Giovanni Tizian e Lirio Abbate. Purtroppo, basta un pessimo editoriale in prima pagina di qualche autore di mala informazione per cancellare il lavoro silenzioso e coraggioso di centinaia e centinaia di cronisti.

Quest’anno dovrebbe esserci il rinnovo del Cda RAI. Quali sono le prospettive del servizio pubblico? Quali criteri verranno seguiti a suo giudizio?

Non accadrà proprio nulla. Il Cda sarà rinnovato con la legge varata da Renzi, molto simile alla Gasparri, in base alla quale il governo esprimerà sostanzialmente il presidente e l’amministratore delegato nonché una solida maggioranza in Consiglio. Il tutto in contrasto con le numerose sentenze della Corte costituzionale che chiedono la rottura del cordone ombelicale fra l’azienda e l’esecutivo, qualunque esso sia. Spetterà, dunque, a noi provocare un incidente e chiedere alla Consulta di tornare a pronunciarsi su questo punto.

Ne verremo mai fuori?

Non è un problema solo italiano: è un problema che riguarda tutta l’Europa, da noi aggravato dal macroscopico conflitto di interessi cui accennavamo all’inizio. Non sono per nulla ottimista, ma il nostro compito non è essere ottimisti o pessimisti bensì continuare a porre questioni che, al momento, non sono neanche all’ordine del giorno: il conflitto di interessi, la legge anti-trust, il contrasto alle querele temerarie e una seria riforma della RAI. Così facendo, si corre il rischio di risultare patetici agli occhi di qualcuno; tuttavia, sempre meglio essere patetici che omissivi o, peggio ancora, complici.

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