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L’entusiasmo dell’Ulivo, lo sconforto di oggi

Roberto Bertoni, 19/02/2018

Vincenzo Vita, esponente storico della sinistra, deputato dal ’96 al 2001, sottosegretario al Ministero delle Comunicazioni (ministri Maccanico e Cardinale) durante i governi Prodi, D’Alema e Amato, assessore alla Cultura della Provincia di Roma con Gasbarra e infine senatore del Partito Democratico dal 2008 al 2013, ci aiuta a rievocare la felice stagione dell’Ulivo, con lo sguardo rivolto anche alla triste fase storica contemporanea, fra le divisioni della sinistra e lo sconforto di milioni di giovani.

Lei è stato candidato per la prima volta nel ’96, nel collegio dei Castelli romani: cosa ricorda di quella campagna elettorale?

Sono stato candidato nel collegio dei Castelli alti (Frascati, Grottaferrata, Monte Porzio Catone, Monte Compatri, San Cesareo ecc.) e ricordo il clima di aspettativa e di speranza che aveva provocato la nascita dell’Ulivo. Fu un qualcosa di bellissimo, con i comitati per l’Ulivo e l’idea che li caratterizzava di un qualcosa di nuovo, di diverso. I partiti avevano un ruolo ma non da soli, e io fui accompagnato in un territorio che conoscevo appena da personalità che ricordo con affetto, al punto che, da astemio, mi impegnai a varare una legge per tutelare la strada dei vini. Oltretutto, questi sono gli aspetti curiosi ma, a mio giudizio, non secondari della politica, scherzavo sul fatto che io tifassi Juventus in un ambiente per lo più laziale. E a quella gente sono rimasto legato nel tempo da una stima vera che dura tuttora.

Lei il prossimo 4 marzo voterà per Liberi e Uguali. A tal proposito, come valuta la presa di posizione di Prodi, fondatore dell’Ulivo, il quale ha asserito che questa forza politica contribuisce a dividere il centrosinistra?

Mi è dispiaciuto perché Prodi, che è persona assai stimabile e di grande storia politica e culturale, sa benissimo che il colpevole numero uno di tutta questa vicenda è l’avvento del partito personale di Renzi. Nulla sarebbe successo se la storia del PD avesse avuto una piega diversa. Diciamo che ho trovato il Professore un po’ ingeneroso nei confronti di varie persone, a cominciare da Pierluigi Bersani con cui, in passato, ha avuto un rapporto di grande amicizia e condivisione.

Sono venuti meno i rapporti umani?

Giusta osservazione. Qui dovremmo ricorrere ad altre forme scientifiche, persino alla psichiatria, ma, battute a parte, diciamo che in quel territorio enorme che chiamiamo post-democrazia, cioè la crisi delle istituzioni rappresentative classiche, si è verificato un qualcosa che ha rotto anche i legami e le solidarietà, come quando si avverte che nel mare agitato si sta per affogare e ognuno si aggrappa al salvagente che trova. Mors tua, vita mea, per intenderci.

Lei ha spesso asserito che la composizione delle liste elettorali è uno dei momenti più drammatici all’interno di qualunque forza politica. Si era mai arrivati al punto che abbiamo visto nelle scorse settimane?

Dire che non sia mai stato così potrebbe essere un tantino forzato, in quanto di lotte durissime e nottate di lunghi coltelli ve ne sono state a iosa anche nella cosiddetta Prima Repubblica. Il fatto vero, pertanto, è un altro: nell’epoca della rete e della presunta trasparenza, in cui tutto di fatto è pubblico, si sono svolte riunioni in stanze chiuse e sono state assunte scelte piuttosto opinabili e conservative. Dalla crisi della forma partito, e a causa di essa, si è giunti insomma ad un insieme di modeste organizzazioni per gruppi di fedelissimi: un esito alquanto triste.

Pare che il 70 per cento dei giovani non andrà a votare. Qual è la sua opinione in merito? Pensa che sia possibile recuperarli in futuro?

Non credo che sarà una passeggiata. Che immagine hanno avuto le giovani generazioni dalla politica? Quando ero ragazzo sono stato fortunato: gli adulti avevano fatto la Resistenza e ci trasmisero i valori dell’antifascismo, della democrazia e della Costituzione repubblicana. La mia generazione, quella sessantottina, ha vissuto una politica intesa come configurazione di massa: io ero timidissimo e, senza le assemblee scolastiche, non sarei mai riuscito a diventare socievole e a parlare in pubblico. Ciò che vede un ragazzo o una ragazza di oggi, invece, è una politica chiusa, molto di ceto, che impedisce di far emergere le tante, splendide risorse che comunque ci sono tuttora: da qui la disaffezione e il disincanto dei più giovani.

Come valuta la svolta governista del M5S?

Il M5S si è messo su un binario molto contorto perché nell’epoca autenticamente grillina era chiaro cosa fossero, adesso non saprei dirlo neanch’io. Sembrano un po’ Grillo e un po’ la DC: sono un ircocervo.

Beh, Di Maio ha le sembianze del democristiano d’antan…

Con la differenza che la DC, pur essendo un partito interclassista, ha dimostrato un’effettiva capacità di governo; il M5S, al contrario, deve ancora dimostrarla e stavolta rischia tutto. Se avrà un risultato significativo ma non lo saprà valorizzare, infatti, non sarà come nel 2013: i loro stessi elettori vorranno capire da che parte vogliono andare e per fare cosa, non perdoneranno un altro Aventino.

È lecito asserire che il polo unico Raiset, contro cui si è scagliata per anni l’associazione Articolo 21, abbia svolto una funzione anticipatrice del Partito della Nazione che qualcuno sostiene sia in embrione fra PD e Forza Italia?

Non lo so. La RAI ha avuto sempre una funzione premonitrice ma questa volta mi sembra che sia stata messa in cantina. Una legge sbagliatissima, quella del dicembre 2015, ha messo tutto il potere su di essa in capo al governo, solo che poi il giocattolo gli è esploso in mano, in quanto l’amministratore delegato che venne scelto all’epoca, il dottor Campo Dall’Orto, non si è rivelato funzionale allo schema per cui era stato chiamato e ora il PD è in stato confusionale, non sa più che cosa voglia. Quanto al centrodestra, ha in Mediaset il suo punto di riferimento. Il 5 Stelle, infine, non sopporta nessuno, dunque siamo in una stagione di massima incertezza. Che sia anticipatrice dell’incertezza strategica dell’Italia?

Però il M5S ha candidato alcuni giornalisti: Paragone, Carelli…

Qualcuno poi, da quelle parti, dovrà spiegare come sia possibile candidare una rispettabilissima persona che è stata leghista fino a qualche anno fa e un giornalista che ha avuto un ruolo di primo piano in Mediaset e poi a Sky: non si risulta molto alternativi così, avrebbe avuto più senso, magari, candidare dei precari.

Evidentemente avevano bisogno di volti noti per rinforzare le liste.

Evidentemente sì.

Cosa succederà dopo il 4 marzo?

Il 4 marzo mi fa venire in mente con rimpianto il grande Lucio Dalla, con cui ho avuto pure una bella amicizia. L’Italia vedrà affermarsi un tridente di forze politiche che non avranno, probabilmente, la forza di governare in maniera autonoma, dunque dovremo affidarci alle virtù democratiche del Presidente della Repubblica. Tuttavia, l’elettorato è talmente arrabbiato che potrebbero esserci anche delle sorprese, favorite oltretutto da questa legge elettorale che è stata concepita da un Frankenstein in sedicesimo, per la quale la sera del voto non sapremo non solo chi governa ma nemmeno i nomi degli eletti. 

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