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Il pensiero liberale fra tolleranza e larghe intese

Roberto Bertoni, 20/02/2018

Carlo Scognamiglio, liberale di lungo corso e galantuomo di vecchio stampo, fu eletto nel ’94 presidente del Senato, in quota Forza Italia. Erano i tempi in cui Berlusconi prometteva la “rivoluzione liberale” e il Paese sembrava pronto ad assecondarlo. Poi quel governo cadde, nacque l’esecutivo a guida Dini e nel ‘96 vinse la coalizione ulivista guidata da Romano Prodi. Il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi sarebbe avvenuto nel 2001. Il resto è storia nota. A che punto è la rivoluzione liberale ventiquattro anni dopo? Quest’intervista per saperne di più.

Stiamo attraversando una stagione piuttosto complicata della politica italiana: qual è la sua opinione in merito?

Non penso che la situazione sia particolarmente complicata: immagino che un possibile sviluppo post-elettorale possa essere simile a quello che avverrà, probabilmente, in Germania, con una nuova fase di larghe intese. Una fase di passaggio fra la Seconda Repubblica e una nuova stagione ma nulla di così inquietante come viene descritto.

Lei è un liberale e nel ’94 Berlusconi promise, per l’appunto, la “rivoluzione liberale”. A che punto è?

La rivoluzione liberale c’è stata e ha vinto: basti pensare ai valori su cui si fonda l’Unione Europea, all’avanzata dei diritti umani, alla globalizzazione dei mercati. Questi valori mi trovano pienamente concorde. Se lei mi chiede che fine ha fatto il liberalismo italiano, si è un po’ disperso, proprio come è accaduto al movimento cattolico, al punto che oggi se ne trova traccia un po’ in tutti i partiti.

Ha già deciso per chi voterà il prossimo 4 marzo?

Sì, voterò per quel raggruppamento liberale che è convenzionalmente definito la “quarta gamba” del centrodestra: Noi con l’Italia, anche perché ne fa parte Enrico Costa, figlio del mio vecchio amico Raffaele Costa.

Secondo lei è possibile la convivenza fra partiti che si richiamano esplicitamente al Partito Popolare Europeo e un soggetto come la Lega a trazione lepenista di Salvini?

Salvini si farà una ragione del fatto che l’Italia non può fare a meno dell’Unione Europea e, in un certo senso, nemmeno l’Unione Europea potrebbe fare a meno dell’Italia. Del resto, le coalizioni sono sempre piuttosto eterogenee, non solo da noi ma anche negli Stati Uniti. L’importante è che prevalgano i valori dell’umanesimo liberale in cui mi riconosco.

Dopo il 4 marzo, preferirebbe una coalizione di centrodestra pura oppure le larghe intese fra il PD, Forza Italia e altre formazioni centriste?

Prevedo, e in parte auspico, le larghe intese, in quanto queste collaborazioni aiutano a far maturare le forze che ne sono protagoniste, nel senso del mutuo rispetto e di quello spirito di tolleranza delineato da un certo John Locke nella “Lettera sulla tolleranza” che è alla base del pensiero liberale.

Si aspettava questo ritorno in auge di Berlusconi dopo che sembrava davvero finito?

Mi sorprende molto, lo considero miracoloso. Dopo la caduta del suo ultimo governo, nel 2011, tutti lo consideravano ormai fuori dai giochi, anche per ragioni anagrafiche, invece ci ha sorpreso alla grande anche questa volta.

Per quale motivo i giovani del centrodestra non riescono a prendere in mano le redini di quella coalizione?

È una sconfitta del sistema politico italiano che non ha saputo produrre un ricambio e si basa ancora, in gran parte, sulla classe dirigente del ’94. Da questo punto di vista, non va affatto bene.

Quali prospettive vede per l’Europa e per l’asse franco-tedesco? Quale ruolo può recitare l’Italia in un contesto del genere?

Sono più ottimista rispetto a un anno fa: persino la Brexit si è rivelata un incidente meno grave del previsto. La collaborazione tra Francia e Germania può agevolare la messa in comune delle politiche fiscali, favorendo dunque il processo costitutivo degli Stati Uniti d’Europa.

E per quanto riguarda l’immigrazione?

È un altro aspetto fondativo del nostro stare insieme, anche per quanto concerne l’andamento demografico. È un problema destinato a segnare i prossimi trenta-quarant’anni, pertanto va affrontato in maniera sinergica e senza populismi di sorta.

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