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Il mito che si addice alla sinistra è quello di Sisifo

Roberto Bertoni, 22/02/2018

Fabio Mussi è stato uno dei grandi sconfitti della stagione in cui la sinistra italiana, D’Alema in testa, inseguiva il mito del blairismo e considerava dei punti di riferimento, oltre allo stesso Blair, Clinton e Schröder. Erano gli anni rampanti della Terza via e del mondo post-’89, quando si credeva che il modello occidentale avesse vinto per sempre e che bastasse temperare un po’ gli eccessi del capitalismo, a cominciare dai suoi animal spirits, per vivere tutti alla grande. Vent’anni dopo, quando la crisi ha ormai minato le residue certezze di quella stagione di illusioni, Mussi torna a ragionare sugli errori e i limiti di quegli anni, con lo sguardo lungo di chi non serba rancore ma, al contrario, vuole costruire un futuro migliore per la società nel suo insieme e, in particolare, per le nuove generazioni. 

Pare che gli inglesi vogliano riappropriarsi del pubblico, specie nel settore dei trasporti. Dopo il trentennio liberista caratterizzato dalla Thatcher prima e da Blair poi, adesso sembra essere il momento di Jeremy Corbyn: come valuta questa svolta?

Quella delle privatizzazioni è stata una grande costruzione ideologica: il privato è sempre efficiente, il pubblico è sempre sprecone. La conseguenza è stata quella di uno dei servizi di trasporti più disastrati di tutto l’Occidente. L’esperienza concreta deve averli indotti a rivalutare il socialismo: mi sembra una bella lezione.

Pur essendo suo amico da mezzo secolo, sul finire degli anni Novanta lei ebbe una forte frizione con D’Alema, all’epoca attratto dal blairismo e dal vento anglo-americano della Terza via. Anche D’Alema sembra aver riconsiderato quell’esperienza.

Ora c’è un nuovo sport nazionale: il tiro a D’Alema. Contrastarlo ed entrare in frizione con lui quando era all’apice della sua popolarità, diciamo che era un po’ più difficile. Sì, io lo contrastai, a cominciare dal congresso dei DS nel 2001, a Pesaro, quando venne eletto segretario Piero Fassino, in quanto non ero affatto convinto della bontà di quella costruzione ideologica basata sulla left of center e sulla Neue Mitte di Schröder, ossia sull’idea che la sinistra dovesse diventare di centro, che oggi si mostra in tutta la sua miseria ma all’epoca andava per la maggiore. Mi misi di traverso,  dando vita al Correntone e denunciando la cerimonia di sottomissione della sinistra europea nei confronti del capitale finanziario e dei suoi assunti più deteriori, dalle privatizzazioni alla flessibilità del lavoro.

All’epoca candidaste al congresso Giovanni Berlinguer. Si è pentito di non aver compiuto una corsa in prima persona?

Giovanni, nonostante l’età avanzata, era un antesignano di Sanders e Corbyn e denunciava le storture del sistema che oggi denunciano anche coloro che all’epoca plaudivano a certe assurdità. Giovanni non era solo il fratello di Enrico ma anche un grande medico del lavoro e uno dei primi scienziati ad aver introdotto in Italia il tema cruciale dell’ambientalismo.

Lei è stato ministro dell’Università e della Ricerca durante il secondo governo Prodi. Oggi i giovani non votano: come li si può recuperare alla politica?

Questo è un bel problema. Intanto, la scuola e l’università devono essere messe nelle condizioni di funzionare al meglio, investendo e valorizzandole, perché un paese che spende una decina di miliardi per l’istruzione e novantasei per il gioco d’azzardo è un paese che si sta suicidando. Nonostante questo, i nostri ragazzi, i nostri laureati sono fra i migliori e i più richiesti al mondo, quindi non è vero che tutto è perduto.

I giovani si distaccano perché non vedono alternative: vedono una sorta di pensiero unico, caratterizzato da un conformismo imbarazzante e da una subalternità ad un capitalismo che non è più manifestamente sostenibile. L’abbandono e il disincanto politico derivano da qui: quando si critica frontalmente ogni posizione differente da quella che asseconda lo spirito del tempo, si toglie ai giovani la voglia stessa di impegnarsi.

Radicalismo ed estremismo non sono la stessa cosa: sono concetti opposti. Bisogna tornare ad avere posizioni radicali su alcune fondamentali questioni della società e dell’economia. Se la sinistra non torna a svolgere questo compito, mostrando ai giovani altre strade dopo averne seguita una sola per vent’anni, finirà col completare il processo di abdicazione alla propria stessa ragione di esistere che ha iniziato da tempo.

Lei al congresso di scioglimento dei DS, nel 2007 a Firenze, annunciò che la sua componente non avrebbe aderito al PD. Che giudizio traccia sul PD a undici anni di distanza?

Vi faccio fare uno scoop: il PD non è mai nato, almeno come partito. È nato come una specie di cooperativa, di confederazione di correnti e gruppi, ognuno con un suo princeps, che si mettevano insieme, pensando così di diventare il cuore del sistema politico italiano, allora a trazione maggioritaria. Un partito è un fondamento di princìpi, regole e valori comuni: il PD, da questo punto di vista, non è mai nato. Lo ha detto persino Cacciari, che non è che ne indovini molte.

Io, nel mio intervento a Firenze, dissi che nei DS le correnti erano tre, ciascuna con una piattaforma, mentre nel PD sarebbero state trentatre.

Purtroppo è andata così.

Purtroppo sì, e quando è arrivato l’avventuriero di Rignano se lo è bevuto come un bicchiere d’acqua, trattandosi di una cosina leggera, leggera, leggera.

Come valuta l’avventura di Liberi e Uguali?

L’importante, il prossimo 4 marzo, è piantare un picchetto a sinistra, far valere la propria presenza e diventare quel polo di sinistra di cui c’è bisogno, estraendo anche ciò che è rimasto di spendibile nel PD. Liberi e Uguali deve diventare una forza politica di peso: questo è l’obiettivo in cui ci affanniamo in molti da parecchio tempo. Come diceva Camus, il mito che si addice alla sinistra non è quello di Prometeo che ruba il fuoco ma quello di Sisifo che riporta il macigno in cima alla collina dopo che gli è rotolato giù. Bisogna fare il lavoro di Sisifo perché il macigno è rotolato a valle.

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