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“Con la Svolta salvai la tradizione del comunismo italiano”

Roberto Bertoni, 26/02/2018

Achille Occhetto, l’uomo della Svolta, il segretario che, dopo la caduta del Muro, ebbe il coraggio di cambiare il nome al PCI e provare a trasformare la storia della sinistra italiana conducendola verso un nuovo orizzonte politico e valoriale. La Svolta in senso azionista non è riuscita ma non c’è dubbio che Occhetto abbia avuto il merito di salvare, almeno una parte, della tradizione politica e culturale del comunismo italiano, pur commettendo diversi errori per cui ha pagato un prezzo altissimo. Starà agli storici giudicare il suo operato. Noi ci limitiamo a rievocare quei giorni e ad analizzare con lui il presente e il futuro della sinistra italiana.

Lei nel 1989 scioglieva il PCI per dare poi vita al Partito Democratico della Sinistra. Quante cose sono cambiate negli ultimi trent’anni?

Sono cambiate moltissime cose, si sono verificati innumerevoli eventi. Dopo la Svolta, è stato, di fatto, “asfaltato”, come si dice tristemente oggi, prima di Mani Pulite, quando ancora era ipotizzabile un’alleanza vasta a sinistra, prima che venisse di fatto distrutto il Partito Socialista. La fase che si è aperta non è la Seconda Repubblica ma, sostanzialmente, la nuova fase dei populismi, con l’ascesa di formazioni che non hanno saputo né voluto superare il sovversivismo endemico delle vecchie plebi del nostro Paese. Si è tornati ad un metodo di protesta per certi versi interessante, in parte anche utile ma cieco sul piano politico.

Quindi sarebbero ventiquattro anni che viviamo in un sistema populista?

Da dopo Mani Pulite.

Lei nel saggio “La gioiosa macchina da guerra” ha sostenuto che il suo vero intento, dopo la svolta, fosse quello di dar vita ad un nuovo soggetto della sinistra di matrice azionista, prendendo spunto dalle migliori esperienze della stagione resistenziale. Perché questa cultura fa così fatica ad attecchire nel nostro Paese?

Direi che in Italia fanno fatica ad attecchire tutte le posizioni politiche illuminate che, sostanzialmente, non accarezzano la protesta popolare per il proprio pelo ma si ostinano a svolgere quell’azione pedagogica ed educativa delle masse popolari di cui parlava lo stesso Gramsci. Questi gruppi costituiscono il sale della terra, sono importantissimi ma sono per lo più destinati ad essere sconfitti.

Lei ha assistito a parecchie composizioni di liste elettorali: come mai stavolta questo passaggio è stato così drammatico un po’ in tutti i partiti e, in particolare, nel Partito Democratico?

Sto scrivendo un nuovo libro, piuttosto importante per spiegare le radici del crollo della cultura della Svolta, non ho avuto tempo di occuparmi della composizione delle liste. Mi lasci dire, tuttavia, che c’è stata un’enfatizzazione ad opera della stampa: il rituale è sempre stato piuttosto doloroso e difficile. Non è questo particolare a colpirmi particolarmente del basso livello di questa campagna elettorale.

Che cosa la colpisce in particolare?

Innanzitutto, il fatto che questa campagna elettorale è cominciata all’insegna del basso livello. In una fase storica in cui abbiamo a che fare con temi come l’ecologia, lo scoppio demografico, la spaventosa voragine della disuguaglianza planetaria, ossia le grandi contraddizioni di questa fase storica, e noi stiamo a parlare della Boschi, dei vitalizi e della Raggi. E poi, il fatto che anche i media condividano questa deriva verso il basso: promesse, chiacchiere fatue, un continuo gioco al rialzo di follie irrealizzabili. E i cittadini ci cascano.

Sarà dovuto anche alla disperazione indotta dalla crisi.

Ma certo, però accadde anche nel ’94, quando non c’era la crisi di adesso.

Si teme un’astensione giovanile mostruosa. Se dovesse rivolgere un appello a un ragazzo per indurlo a recarsi alle urne, cosa gli direbbe?

I giovani devono capire cosa sta succedendo. Noi abbiamo una destra molto abile a consociare tutto e il contrario di tutto: va bene per vincere ma non certo per governare. Quanto alla sinistra, abbiamo una sinistra moderata che lascia a desiderare sul terreno dei diritti sociali e una sinistra alternativa che ha come unico obiettivo quello di abbattere la sinistra moderata, sfiorando il ridicolo. È spaventoso che la sinistra che si proclama tale stia al 6 per cento: andrebbe processata per lesa maestà! I giovani devono trovare il proprio cammino verso la politica. Ciò premesso, auspico uno spostamento verso sinistra del centrosinistra ma altresì che non si lavori per far perdere quest’ultimo perché sarebbe tragico.

Come si spiega che due suoi quasi coetanei come Corbyn e Sanders siano così popolari fra i giovani?

Perché hanno intercettato i temi che noi avevamo individuato con la Svolta: purtroppo la Svolta fu tradita e spostata sul terreno dell’inciucio.

A proposito, stavolta i militanti della Bolognina dovranno votare Casini: non le sembra un paradosso?

Fa parte dell’episodico. Invece di affrontare i temi che le ho indicato prima, ci si perde in mille rivoli secondari. Il guaio è che il PD è nato da una fusione a fredda di vecchi apparati, i quali dominano il panorama politico in maniera tristissimo, al pari dei giornalisti che raccontano le varie vicende, a loro volta selezionati da quei vecchi apparati che faticano sempre di più a cogliere il senso della modernità.

Uno che forse l’aveva colto era Norberto Bobbio, il quale, dopo la caduta del Muro, asserì che era svanito il comunismo ma non le ragioni storiche che l’avevano generato e fatto avanzare per quasi un secolo.

Ringrazio ancora un grande liberale come Bobbio che aveva compreso meglio di tutti le ragioni della Svolta, mentre molti dirigenti hanno preferito la fusione di apparati per la pura governabilità del momento anziché il compromesso ad alti livelli, con un respiro più ampio delle frontiere ristrette di casa nostra.

Come giudica il fatto che una parte dell’elettorato di sinistra abbia trovato nel M5S un rifugio, sia pure, forse, momentaneo?

Si spiega come si spiega sostanzialmente il populismo da tutte le parti. I grillini ci ricordano l’incombere del populismo nel nostro Continente, figlio della subalternità di un riformismo debole ed incapace di contrastare i dogmi dell’austerità e le loro drammatiche conseguenze. È già accaduto altre volte nella storia, benché i grillini non siano minimamente paragonabili al fascismo o al nazismo.

A un giovane direi di non seguire la lotta contro la presunta “casta”, in quanto la lezione americana ci insegna che affidarsi ad un uomo che è l’espressione massima di tutte le caste mondiali, incredibilmente sciocco, prepotente, dittatoriale, sessista e razzista. Il problema non è la lotta generica contro la casta ma riprendere la lotta dei grandi blocchi sociali per la trasformazione del Paese.

Qual è stato il suo principale merito e il suo principale demerito?

Il mio principale merito è stato senz’altro fare la Svolta: l’ho detto, lo ripeto e non lo contraddirò mai nemmeno sotto tortura perché noi abbiamo salvato la tradizione dei comunisti italiani. Questo merito offusca eventuali demeriti: i demeriti ce li abbiamo tutti, chi più, chi meno.

C’è stato anche un problema di comunicazione?

La comunicazione conta ma da sola non basta: pensi a Renzi e Berlusconi. La comunicazione funziona quando le cose vanno bene, quando vanno male può aiutare ma non ti salva.

Noi affrontammo una fase storica tremenda e riuscimmo, nonostante quell’ondata populista e la morte del comunismo a livello mondiale, a cogliere un ottimo risultato, senza scadere in un populismo becero che una forza di sinistra degna di questo nome non può mai permettersi.

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