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Dalla scena underground di Memphis a TikTok: ascesa e caduta del phonk

27 marzo 2025di Redazione

La parabola del phonk è andata gradualmente verso la monetizzazione antiartistica

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La phonk non è più quella di una volta. Da suono grezzo e notturno delle strade del Sud degli Stati Uniti a soundtrack virale per montaggi anime e video di drift su TikTok, il viaggio del genere è stato lungo, caotico e spesso contraddittorio. Una parabola discendente, che tra le cantine di Memphis e lo swap dei reel è passata per SoundCloud, YouTube e…il Brasile.

Nata nei ’90 nei bassifondi di Memphis, la phonk era una forma di rap crudo e autoprodotto, figlia di una realtà underground fatta di cassette pirata, beat rallentati, sample horror e voci filtrate. Un suono costruito da pionieri come DJ Screw, Three 6 Mafia e Tommy Wright III, capace di raccontare la realtà urbana afroamericana in modo diretto, cupo, senza compromessi. Un attitudine più che un genere, fatta di bassi saturi e atmosfere da film notturno.

Tutto cambia con l’arrivo dei Raider Klan e di SpaceGhostPurrp nei primi anni 2010. La phonk viene digitalizzata, filtrata attraverso SoundCloud e riproposta a una nuova generazione. Ma è con l’esplosione della drift phonk in Russia che il genere inizia davvero a mutare pelle: BPM accelerati, suoni ultra-distorti, contenuti pensati più per fare da colonna sonora a video virali che per raccontare qualcosa.

La phonk brasiliana è forse il caso più emblematico di questo cambiamento. Mescolando le percussioni del baile funk con l’estetica della phonk, i producer sudamericani hanno creato un ibrido esplosivo, perfetto per palestre, auto truccate e video adrenalinici. Nomi come d.silvestre e BNYA hanno definito uno stile che è diventato hyperphonk: un’esperienza sensoriale estrema, fatta di bassi che sfondano e ritmi serratissimi. Ma quanto resta dell’anima originaria del genere?

Dietro al successo planetario della nuova phonk c’è anche la visione imprenditoriale di Andre Benz, ex Trap Nation e fondatore dell’etichetta Broke. Il suo approccio è semplice e diretto: la phonk è edit music, non arte. Una base musicale virale, ottimizzata per TikTok, Reels e Shorts. Broke stipula contratti con giovanissimi producer, li promuove sulle giuste pagine anime e monetizza. Il risultato? Cifre da capogiro e migliaia di tracce tutte uguali.

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Eppure, in mezzo a questa giungla algoritmica, qualche scheggia impazzita ancora resiste. Qualche producer riesce a trasformare l’eccesso in linguaggio, a giocare con la distorsione in modo creativo, a recuperare qualcosa della tensione originaria del genere. Ma sono eccezioni. Forse è arrivato il momento di fare chiarezza: ciò che oggi chiamiamo phonk è spesso solo un involucro, una formula ripetibile pensata per viralizzare. Ma il vero spirito della phonk, quello che nasceva dal basso, tra suoni sporchi e racconti oscuri, è ancora vivo da qualche parte. Basta sapere dove cercare.

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